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Colpa di Biden il dramma afghano?

Biden in Afghanistan si mosse in modo realistico e corretto, in continuità istituzionale. Prese atto della decisione ufficiale già assunta per gli USA dal Presidente Trump di interrompere la missione.

“Io non manderò un’altra generazione di americani a rischiare la vita in Afghanistan senza
una prospettiva, senza una missione chiara e definita. Dopo vent’anni di guerra, 1.000
miliardi di dollari spesi, più di 2.400 dei nosti militari uccisi, chi di voi è pronto a mandare
sua figlia o suo figlio su quel fronte?”.
Con queste parole, nell’estate del 2021, Joe Biden concludeva la più lunga di tutte le guerre
americane, che ebbe inizio poco dopo l’11 settembre 2001 come reazione a quell’attacco
terroristico. Un ventennio: più delle due guerre mondiali e del Viet Nam messe insieme. “E
nonostante questo” ha ammesso il presidente “i talebani sono tornati al massimo delle loro forze
dal 2001”. Era un Biden realista, che parlava alla nazione con il linguaggio dell’onestà. Era un
Biden che si muoveva correttamente, in continuità istituzionale, prendendo atto della decisione
ufficiale già assunta dal Presidente Trump di interrompere definitivamente la missione.
I fustigatori dell’imperialismo americano sono colpiti da grave amnesia: rimproverano agli
USA l’abbandono di un Paese nel quale (secondo quel che loro stessi dicevano con fervore
vent’anni prima) non sarebbero mai dovuti entrare. Il ventesimo anniversario dell’11
settembre ha coinciso con la rivincita dei talebani e il ripristino del loro potere troglodita e
totalitario, subito esercitato calpestando i diritti umani fondamentali.
Non è stata una sorpresa per Biden.
Quando il presidente ha preso la sua decisione sul ritiro, un rapporto dell’intelligence gli
preannunciava proprio questo: la partenza delle forze americane avrebbe provocato un ritorno al
dominio dei talebani. Ma il rapporto ipotizzava che l’evento nefasto si sarebbe realizzato
gradualmente in qualche anno. La “guerra più lunga” è stata dunque del tutto inutile? Biden era
diventato scettico sulla guerra in Afghanistan molti anni prima, di sicuro lo era quando
faceva il vicepresidente con Obama e si era opposto (invano) alla pressione dei generali che
volevano un nuovo aumento di truppe su quel fronte. Denunciava già allora il fatto che in
Afghanistan si fosse verificato il medesimo fenomeno che aveva segnato il conflitto del VitNam,
definito mission creep, cioè la metamorfosi strisciante da una missione a un’altra.
All’origine, gli USA e la Nato andarono a combattere in Afghanistan non perché il regime dei
talebani si macchiava di orrendi abusi, opprimeva le donne e le minoranze religiose, distruggeva
preziosi simboli di altre confessioni come le statue millenarie dei Buddha nella Valle di Bamiyan.
Per quanto l’elenco dei crimini dei talebani fosse già abominevole, quello che fece scattare
l’intervento militare dell’Alleanza atlantica nei confronti di Kabul fu l’aver dato ospitalità e
protezione ad al-Qaeda quando Osama bin Laden preparava l’attacco dell’11 settembre
2001. I dirottamenti multipli, la distruzione delle Torri Gemelle a NY, l’attentato contro il
Pentagono di Washington, tutto era stato ordito e preparato dalla base afgana di al-Qaeda. I
talebani si erano rifiutati di consegnare bin Laden agli americani anche dopo che si era macchiato
della strage di quasi tremila civili innocenti. L’invasione dell’Afghanistan da parte di George
W. Bush e degli alleati Nato aveva quindi una legittimità e due scopi precisi: 1) castigare un
regime terrorista che aveva colpito la sicurezza nazionale degli USA; 2) estirpare al-Qaeda.
Questi due obiettivi vennero raggiunti. I talebani offrirono una resa incondizionata nel 2003.
Bin Laden fu eliminato nel 2011, anche se nel frattempo si era rifugiato in Pakistan con la
protezione dei servizi segreti di un’altra teocrazia islamica.
“Missione compiuta” avrebbe potuto dire Barack Obama nel 2011 e ritirarsi
dall’Afghanistan: questa allora era la posizione di Biden. Ma nel frattempo era avvenuto il
mission creep, l’allargamento strisciante della missione originaria. I progressisti umanitari si
erano messi in testa di trasformare l’Afghanistan in una nazione modello per il rispetto dei diritti
umani; i neoconservatori lo vedevano come un tassello di un piano geostrategico più vasto teso a
ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente.

Entrambi, accusano Biden di fallimento. Le critiche al presidente per aver perso la guerra
vengono da questi due fronti contrapposti. Gli umanitari, cioè gli stessi che erano soliti
denunciare le guerre americane come operazioni imperialiste, gli rimproverano di aver
abbandonato il popolo afghano al suo destino, in particolare le donne, che grazie all’invasione
Nato avevano acquisito il diritto allo studio e altre parità. I falchi imputano a Biden un’umiliante
ritirata di fronte al nemico, sorvolando sul fatto che già Trump aveva preso le distanze da tutte le
guerre imperiali dell’era Bush e aveva firmato un accordo con gli stessi talebani.
Biden ricorda: “Non siamo andati in Afghanistan per costruire una nazione. Nemmeno per
unificarla. Non ci è mai riuscito nessuno, neppure gli imperi del passato”. Infatti, non ebbe
successo neanche Alessandro Magno; molto prima che l’Afghanistan fosse definito “la
tomba degli imperi” britannico e sovietico.
La popolazione americana da tanto tempo è ormai stanca di Impero. L’ultima guerra vissuta con
trionfalismo fu quella del 1991, Desert Storm, per liberare il Kuwait dopo l’invasione di Saddam
Hussein. I democratici votarono Obama perché si era opposto all’invasione dell’Iraq in cerca di
armi di distruzione di massa, i repubblicani hanno eletto Trump ben sapendo del suo
isolazionismo e del suo nazionalismo. E’ l’establishment che si aggrappa all’Impero e
condanna Biden per la débàche di Kabul.
Negli anni fu appunto dal Pentagono che venne “la più gigantesca operazione di lobbying
scatenata dai militari contro la presidenza degli Stati Uniti”. “Pretendevano di ovviare ai tanti
segnali di fallimento con una massiccia escalation di truppe”, ha raccontato Obama nelle sue
memorie. Con un decennio di ritardo l’ex presidente ha dato ragione a Biden. Prolungare
l’avventura militare in Afghanistan era sbagliato. Il nation-buiding si deve fare ma in America
dove c’è una nazione da ricostruire dalle fondamenta.
Lo scontro è ancora aperto e la disastrosa gestione del ritiro da Kabul, l’avanzata di Cina e Russia
su altri quadranti strategici hanno messo sulla difensiva le forze che sostengono Biden
consapevoli che il ventennio delle guerre contro il terrorismo ha regalato tempo e risorse alla Cina
per accelerare la sua corsa verso la supremazia.

®TommasoBasileo - 2024

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