I Fratelli Karamazov: un romanzo-mondo
La vita violenta e sensuale dei Karamazov, offre lo spunto a Dostoevskji di tracciare il quadro delle passioni e delle contraddizioni nello sfondo della Russia interna.
La famiglia Karamazov è una sorta di collezione di tipi umani, uniti da una
caratteristica: lo stigma che li unisce è la sensualità, una sorta di cieca vitalità, un bisogno
corporeo di esprimersi e mettersi in gioco, e insieme un sottile bisogno di lasciarsi andare
all’abiezione e di cedere alla corruzione. A cominciare dal padre, Fedor, uomo depravato,
animato da una travolgente forza primordiale, capace di violento autoritarismo e di grottesche
autodenigrazioni. I tre figli legittimi sono diversissimi. Dimitrij è il più simile al padre, come lui
sensuale, avido, ne vuole il denaro e l’amante, Grusenka, insieme alla quale fugge dopo aver
deluso una donna buona e sensibile, Katerina. Ivan è l’intellettuale scettico e nichilista,
affascinato da teorie superomiste. Alesa è l’unico puro, leale, mistico, novizio in un convento,
ingenuo e generoso. C’è infine un figlio illegittimo, Smerdjakov (puzzone) mentalmente instabile,
che odia il padre ed è irretito dai discorsi di Ivan.
La vicenda vede Smerdjakov, quasi istigato da Ivan, uccidere il padre e poi suicidarsi.
Dimitrij che, dopo aver perso la testa per Grusenka, vorrebbe uccidere lui il padre per prendergli i
soldi – in realtà colpisce soltanto il servo Grigorij – viene arrestato e condannato per l’omicidio
del genitore. Ivan, l’unico che conosce il vero colpevole – che però si è ucciso, impazzisce.
L’affresco violento e sensuale della vita dei Karamazov, delle loro contraddizioni e
delle loro passioni, sullo sfondo della cittadina della Russia interna in cui vivono, è da solo
terribile e potente. Ma Dostoevskji aggiunge al quadro dei filoni narrativi laterali. Uno è
quello della visita che la famiglia intera fa al vecchio monaco, padre spirituale di Alesa, lo
starec Zosima, nel tentativo di comporre i litigi interni, visita che si conclude con un
inaspettato e preveggente atto di rispetto misto atimore del monaco, che si prostra davanti a
Dimitrij, quasi ne presentisse il tragico destino.
Un altro è la vicenda della morte dello starec, venerato come un santo, le cui spoglie però
imputridiscono subito, facendo venir meno il rispetto dei fedeli, che vedono nella corruzione del
corpo il segno di una fisicità indegna di un culto sacrale.
E c’è un intero romanzo nel romanzo, la “Leggenda del grande inquisitore”, narrata
all’incredulo Alesa come il progetto di un grande poema didascalico che Ivan si propone di
scivere. La leggenda è una grande allegoria filosofica e narra del ritorno in terra di Gesù Cristo,
che si manifesta tra la folla all’indomani del rogo di cento eretici nella Spagna dell’inquisizione
cinquecentesca. Il Cristo, subito riconosciuto dall’umanità dolente che popola le strade più povere
della città, compie alcuni miracoli. Il grande inquisitore, avvertito, lo fa subito arrestare e la notte
stessa va a trovarlo nella sua cella. Durante l’incontro, il prigioniero non parlerà mai, mentre nel
suo soliloquio l’inquisitore si propone di bruciare il Messia sul rogo, ed elabora un duro atto
d’accusa contro la lezione evangelica che ha predicato il libero arbitrio e l’autonomia spirituale
dei credenti. Per l’inquisitore si è trattato di una crudeltà insensata, perché l’uomo non è in grado
di determinare da solo ciò che è bene e ciò che è male, mentre è la gerarchia della chiesa che
impone canoni etici e valori a una massa incapace di scelte autonome. In conclusione, Cristo
abbraccia in silenzio l’inquisitore, che lo lascerà libero, ma senza aver cambiato le sue
convinzioni.
La solennità dell’incontro, la durezza spietata del ragionamento dell’inquisitore,
l’imperturbabile silenzio del Cristo, l’interloquire inorridito di Alesa, che vede nel racconto il
seme dell’ateismo e della negazione di ogni gerarchia ecclesiatica, non solo cattolica, rendono
questa parte del romanzo uno dei momenti più alti, moderni e complessi dell’opera di
Dostoevskji. La Leggenda del grande inquisitore suggerisce una riflessione da un lato sui
paradossi che nasconde ogni professione assoluta di fede nell’uomo e nella volontà delle
masse, e dall’altro sulla facilità con la quale, se si nega la capacità di autodeterminarsi degli
uomini, si rischia di legittimare la violenza di chi detiene il potere, e di giustificare
l’autoritarismo, il totalitarismo, il terrore e le stragi indiscriminate.
Credo si possa dire che tutta la storia più recente sembra essere sospesa tra due
degenerazioni: l’autocrazia del totalitarismo e l’indiscutibile supremazia della maggioranza nella
democrazia che annichilisce il pluralismo che ne dovrebbe costituire l’anima pulsante e
progressiva. E Dostoevskji sembra aver presentito queste contraddizioni della società moderna
con una lucidità ancora oggi sconcertante.