Inventare valori: il dilemma del relativismo
Anche se noi preferiamo un universo aperto e pluralistico ad uno chiuso e monistico, dovremmo metterci d'impegno per progettare, senza imporre, un nucleo minimo di valori comuni e condivisi.
Perché la nostra filosofia pubblica dovrebbe rispettare le nostre credenze intorno a fatti di
valore, cosi come esse si sono consolidate entro una tradizione e forma di vita particolare?
Una filosofia pubblica che poggi su una interpretazione della tradizione democratica tenderà a
impegnarsi più nell’interpretazione che nell’invenzione. Ma come potrebbe tener conto della sfida
radicale delle alternative globali? Intendiamoci, non siamo autorizzati a ritenere che le nostre
teorie della giustizia valgano per tutti i mondi sociali e politici possibili. Un’etica pubblica, come
sostenne Rawls, non è un’etica della creazione.
Francamente non ho idea di come il problema si possa risolvere, ma credo che si tratta di un
problema importante che, in certo senso, diventerà sempre più importante in un pianeta in
cui si accentueranno la percezione dell’interdipendenza e il dialogo o il conflitto fra culture,
tradizioni e forme di vita differenti.
SI TRATTA DEL DILEMMA DEL RELATIVISMO.
Esso sembra emergere in etica quando prendiamo sul serio il fatto che i nostri valori sono quello
che sono entro forme di vita particolari e quando riconosciamo il fatto della varietà delle forme di
vita possibili. La cosa è ulteriormente complicata dal fatto che la varietà e la pluralità dei valori
sono a loro volta fatti di valore, entro la nostra tradizione. Certo, noi preferiamo un mondo di
varietà essenziale a un mondo di uniformità. Preferiamo un universo pluralistico a un
universo monistico.
E’ vero che le varietà delle forme di vita collettiva non è poi tale da escludere che possiamo dire
qualcosa di interessante su un nucleo comune e condiviso; ma questo può sembrare a prima vista
così poco da non riuscire a generare una base che non sia banale per un’etica universalistica.
Non sono convinto, però, che tutto torni in questo modo di presentare l’argomento. Vi è un
disagio che deriva dal fatto che mi sembra strano che noi rinunciamo a ricercare le ragioni di una
preferenza per una forma di vita piuttosto che per un’altra solo per una questione, diciamo così,
“giurisdizionale”. Perché non poter argomentare che vi sono tradizioni e forme di vita che
realizzano meno valore di altre? Credo che, in realtà, noi siamo profondamente convinti del
fatto che torturare oppositori politici o avvelenarli, insanguinare i seggi elettorali, mettere in
manicomio i dissidenti, ottenere ricchezza oligarchica dalla carestia di massa, massacrare
migliaia di studenti inermi con i carri armati, o praticare l’apartheid siano azioni
moralmente sbagliate e che istituzioni che le consentano e individui che le compiano siano
moralmente sanzionabili.
Siamo così certi che non sia possibile identificare un nucleo normativo minimo che ci consenta di
valutare e di gerarchizzare tra forme di vita collettive e tradizioni? Siamo certi che non sia
possibile elaborare i minima moralia per qualche miliardo di coinquilini del pianeta? Perché non
dovrebbe essere un’impresa attraente, tanto intellettualmente quanto moralmente e politicamente?
In realtà, vi è una tensione universalistica che è irrinunciabile nel programma di un’etica
normativa. Il fatto stesso che si ricorra a qualcosa come “ragioni” per agire o per scegliere implica
questo trascendimento dei confini dei clan e delle tribù. Un’etica che si basi su ragioni
dovrebbe modellare le istituzioni politiche, nella loro varietà essenziale, sulla base del
criterio minimo del rispetto per la vita, quale che ne sia la definizione, degli uomini e delle
donne che hanno scopi, preferenze, bisogni, aspirazioni e hanno diritto, su questa base
elementare, a controllare le loro vite e a definirne il significato.
Forse non è necessario condividere per intero la tradizione dell’individualismo etico che è l’esito
di una forma di vita, tra le altre, in cui ci è accaduto di avere una vita da vivere e questioni
filosofiche da risolvere. Basta limitarsi ad assumere che, per valutare quanto è politicamente
desiderabile e moralmente doveroso, si prendano sul serio le ragioni per cui individui
accetterebbero o non rifiuterebbero regole, pratiche e istituzioni. Questo test è forse molto
difficile e troppo esigente.
LA SFIDA DEL RELATIVISMO, che ripropone in etica i dilemmi dello scetticismo nella
teoria della conoscenza, resta lì. Il senso delle possibilità relativistiche assomiglia al senso delle
possibilità scettiche. Ma se noi prendiamo sul serio l’idea che possiamo in qualche modo
rintracciare valori, così come possiamo rintracciare verità nel mondo, allora non è fatuo pensare
che un progresso in etica sia possibile e che questo, in un universo pluralistico, lasci intravvedere
anche una tendenza alla convergenza e un approfondimento della nostra prospettiva impersonale
cioè tendente a trascendere le forme di vita entro cui abbiamo punti di vista, valori e
giustificazioni.