L’eguaglianza delle opportunità e i dilemmi della differenza
La filosofia politica dovrebbe assumersi oggi la responsabilità di prospettare un argomento cosmopolitico e universalistico accettabile da tutti i coinquilini del pianeta.
Come si sa l’ideale dell’uguaglianza fa parte dei dizionari di moralità ereditati per una filosofia
politica dell’emancipazione. Esso coincide con uno dei fini universalistici o dei valori a sé, tali
che il perseguirli diventa, a sua volta, fine a se stesso. L’idea è che una filosofia politica
dell’emancipazione, in quanto prende sul serio l’ideale dell’uguaglianza come fine a sé,
insieme agli altri valori della libertà, della dignità e della solidarietà per cittadini, deve
prendere sul serio la discussione razionale sui mezzi.
L’eguaglianza di opportunità è il termine, dunque, con cui possiamo designare una famiglia di
politiche aventi questo scopo. Tuttavia, è opportuno chiarire che questa vaga e preziosa
espressione, irrinunciabile nella prospettiva di una teoria democratica dell’emancipazione, può
avere due significati differenti e, sotto opportune condizioni, confliggenti.
Due sono i modi per interpretare l’eguaglianza di opportunità: a) in termini di prospetti; b)
in termini di mezzi. Nel primo caso la politica ha come scopo, il fatto che due o più persone
abbiano la stessa probabilità di ottenere x e questo equivale a dire che esse hanno eguali
opportunità per x. Nel secondo caso, si asserisce che due o più persone hanno gli stessi mezzi o
strumenti per ottenere x e questo equivale a dire che esse hanno eguali opportunità per x.
Nel primo caso nulla che concerna le persone (talenti, dotazioni sociali iniziali) determina in
qualche modo l’esito. Nel secondo caso, ciascuno ha eguali mezzi o regole (universali
nell’applicazione e generali nella formulazione) per rivelare talenti che a loro volta genereranno
ineguali prospetti di successo negli esiti. Attenzione, che l’eguaglianza dei mezzi evoca, nel
nostro vocabolario, l’egualitarismo delle carriere aperte ai talenti, contro il privilegio e la
dominanza del bene della nascita.
L’idea dell’uguaglianza democratica è basata su un’ampia concezione di giustizia distributiva
che identifica il livello utile per i beneficiari della distribuzione equa. Essa non è altro che una
versione del principio del risarcimento per le vittime non responsabili della sorte naturale e
sociale. Tuttavia, una famiglia di provvedimenti a favore dell’equità dovrebbe essere ponderata a)
entro il più ampio contesto di sfondo di una teoria normativa, in cui il valore dell’eguaglianza è in
tensione con altri valori e b) in modo coerente con le condizioni al contorno.
Non è necessario che i diversi impieghi del termine “uguaglianza” divergano e confliggano
fra loro. Convergenza e divergenza non dipendono solo dai nostri impegni normativi a proposito
della virtù dell’eguaglianza. Esse dipendono dalla congiunzione fra la lealtà ai vocabolari di
moralità e politica ereditati e riformulati nel tempo e le circostanze specifiche o le contingenze
rilevanti.
Il “composto chimico” è letteralmente instabile. Riconoscersi e condividere le ragioni
dell’eguaglianza come fine a sé non esclude, anzi richiede la continua e essenzialmente
inadempiuta ricognizione razionale dei mezzi, dei metodi, dei provvedimenti, delle
circostanze e delle contingenze.
Forse è utile che questo impegno per una teoria della cittadinanza, per uomini e donne che hanno
diritto a eguale considerazione e rispetto (dignità) e all’autonomia e all’autosviluppo
(emancipazione), sia colto in pieno e con una certa urgenza dalla filosofia politica. Questa
dovrebbe oggi, più di ieri, dopo le due devastanti crisi planetarie che ineluttabilmente hanno
amplificato le disuguaglianze o le differenti changes di vita degli individui, la prima dovuta agli
eccessi della finanziarizzazione (2008), la attuale, dovuta alla terribile pandemia Covid 19 (2020),
entranbi attese, da anni, in stato di incoscienza morale e di confusione teorica. Ebbene, la
filosofia politica dovrebbe oggi assumersi la responsabilità di prospettare un argomento
cosmopolitico e universalistico per i coinquilini del pianeta.
Globalizzare la teoria della giustizia è un’impresa tanto difficile e ardua quanto semplicemente
coerente con la lealtà, nel tempo, al nucleo normativo del recente, molto recente, progetto
moderno.
Ma sarà realisticamente possibile tutto ciò se insieme alle “distanze sociali” suggerite dal
contrasto alla diffusione del contagio si allargheranno le distanze geo-politiche e le spinte
autarchiche e xenofobe e le spinte contrarie al multilateralismo e alla società aperta e, tutto
questo, determinerà il collasso, non il governo e una adeguata regolamentazione, della
“famigerata” Globalizzazione?
Riflettere e impegnarsi oggi per una grammatica della eguaglianza può gettare una certa e utile
luce sulla natura degli attuali dilemmi planetari: un mondo di cittadini (che potrebbero tornare
sudditi o, addirittura, schiavi), di sudditi che aspirano alla dignità di cittadini, di schiavi che
tentano di emanciparsi, liberandosi dalle catene moralmente più ripugnanti e crudeli.
Non dobbiamo dimenticare che Libertà e Giustizia sono interdipendenti, dato che la dignità
dell’uomo si basa sul diritto/dovere alla responsabilità individuale così come sul suo
riconoscimento del diritto/dovere di ciascun altro a sviluppare la sua personalità e a cooperare per
modellare la società.