L’incredibile incontro con Ian McEwan nell’estate del ‘66
Come incontrai Ian McEwan, dopo la maturità, in una Base militare americana a Tripoli: una simpatica casualità, un ricordo indelebile.
Nell’estate del 1966, a Tripoli, appena conclusi gli esami di maturità, e prima di prendere il largo
per l’Italia e l’Università, mi diedi alla pazza gioia con i miei compagni. Ricordo che eravamo
raggianti, felici, ma non ci accorgevamo mai di esserlo. Chissà perché a diciotto anni,
l’assimilazione di un sentimento così benevolo ci trovi sempre impreparati, distratti, e ci si senta
attraversati piuttosto dalla nostalgia della felicità, o dalla sua perenne attesa.
Con la scusa di far pratica diretta della lingua inglese, alcuni di noi studenti italiani,
frequentavamo con una certa assiduità il Wheelus Field: la base militare USA situata a 11 Km da
Tripoli. Era necessario farsi rilasciare un apposito pass per accedere alla zona dei servizi che ci
interessavano: il dancing e la sala bowling.
Lì incontravamo stupende pulzelle figlie degli ufficiali americani di stanza nella base con le
relative famiglie. La cosa ci attraeva particolarmente per la disinvoltura e la libertà che
caratterizzava quelle ragazze a confronto con le nostre connazionali.
Fu giusto durante una serata al bowling che feci la conoscenza di Ian McEwan. Si avvicinò
al nostro gruppetto solo soletto con molta circospezione e, con malcelata timidezza, ci chiese se
poteva aggregarsi a noi. Non era esattamente un principiante come aveva cercato di farci credere.
Era ben coordinato e potente nei tiri. Infatti, si piazzò subito in testa nella gara e mantenne la sua
supremazia quasi fino alla fine della partita per essere superato, alla fine, per un soffio, da Ascer
Raccah, il nostro campione.
Prima di trasferirci tutti al dancing, sostammo un’oretta per bere e sgranocchiare qualcosa al bar
del bowling. Familiarizzammo subito io e Ian. Una simpatia spontanea. Mi raccontò che aveva
trascorso diversi anni da ragazzino a Tripoli, anni stupendi di mare e di sole. Anni di relativa
solitudine, però. Era con suo padre che se la spassava nelle vaste e deserte spiagge libere nelle
vicinanze di Tripoli, entrambi amavano molto il mare. Dal 1960 era tornato definitivamente in
Gran Bretagna con la famiglia. Aveva appena terminato il liceo nel Suffolk. Suo padre era un
militare di sua Maestà Britannica e a lui era toccato seguirlo con la madre, di base in base, dal
centro Europa, a Singapore e infine a Tripoli. Ora era lì in vacanza con i genitori come regalo per
il suo diciottesimo compleanno che cadeva il 21 giugno. Erano ospiti della famiglia di un amico e
collega del padre, uno scozzese anche lui, graduato dell’esercito, che stava preparandosi a
traslocare da Tripoli. Infatti, la base militare inglese sarebbe stata ufficialmente chiusa ai primi di
settembre del ‘66 e gli addetti trasferiti nelle altre basi nel mondo. All’amico del padre era toccata
la destinazione di Cipro.
Sentendo che il padre era un militare di carriera gli chiesi se avesse preso parte alla guerra di
Libia nel ‘42. “Certo” mi rispose “sotto il comando di Montgomery, aveva trent’anni, ed era
molto motivato a battere i nazi-fascisti”. Allora, pensai tra me a mio padre che, poveretto, a 38
anni, operaio marmista, da socialista turattiano quale era, toccò in sorte di essere inquadrato sotto
il comando di Rommel e venne ferito e catturato ad El Alamein.
I miei amici e io stesso avevamo la fregola di trasferirci al dancing. Ognuno di noi faceva da
tempo coppia fissa con una ragazza americana.
Notai che Ian era un po’ titubante a trasferirsi al dancing insieme al nostro gruppo. Ci disse che
era lì solo per giocare al bowling, non aveva messo in conto di andare al dancing. Dopo che fece
una telefonata al padre tornò rinfrancato. Al dancing si ambientò subito e si scatenò allegramente
sulla pista. Era un vero appassionato di rock’n’roll. Ad un certo punto lo vidi che guardava
pensieroso l’orologio. Mi accertai di cosa fosse preoccupato: temeva semplicemente di perdere
l’ultimo bus che lo avrebbe potuto riportare a Tripoli. Lo tranquillizzai dicendogli che lo avrei
accompagnato io in macchina. Accettò subito di buon grado, ma mi guardò meravigliato: “Hai già
la tua auto?” mi chiese. “No” risposi sorridendo “E’ l’auto di mia sorella. Vedrai che bolide”.
Lasciammo il dancing verso le due accaldati e un po’ stanchi. Nel parcheggio indicai l’auto con
cui lo avrei accompagnato a casa. La osservò attentamente, ci girò attorno e disse: ”Beh, non è
male: un bel colore una forma sportiva”. Era una AutoUnion con motore a due tempi che andava
a miscela. Mio padre l’aveva regalata a mia sorella comprandola da un Nuovo Concessionario
figlio di un suo amico, così, tanto per dare una mano al giovane intraprendente. Quando partimmo
vidi Ian attento ad ascoltare il rumore insolito del motore, a percepire il leggero tremolio della
carrozzeria e lo strano olezzo di carburante e ad un certo punto sbottò: “Cazzo! sembra di stare su
un taglia erba”. Dovetti fermare un attimo la macchina e accostare perché vennero ad entrambi le
convulsioni dalle risate.
Durante il tragitto verso Tripoli ci confidammo le nostre reciproche scelte sugli studi: lui aveva
deciso di iscriversi a Lettere nell’Università del Sussex, io a Economia nell’Università di Padova
sede distaccata di Verona. Fu lì che saltò fuori qualche indizio sulla sua vocazione e l’ impegno
futuro: “Leggo come un dannato e mi piace veramente un sacco scrivere racconti” mi svelò.
Ci lasciammo i rispettivi indirizzi e numeri di telefono, della sua famiglia in Gran Bretagna e
quello della mia a Tripoli.
Francamente, credevo non ci saremmo rivisti mai più. Invece, tre anni dopo mi arrivò una
telefonata a Verona dove vivevo. Lo riconobbi subito prima che si annunciasse. Aveva avuto il
mio indirizzo di via San Paolo 24 e il mio numero di telefono perché aveva contattato i miei a
Tripoli, parlando in francese con mio padre. Mi disse che era a Venezia con la sua ragazza, che
erano diretti a Roma, ma volevano fare tappa a Verona per non più di un giorno e una notte. Mi
pregò di consigliargli una pensioncina economica. Li invitai a casa mia senza accettare
discussioni. Ero rimasto solo da due mesi: la mia compagna Dana Worlova, la ragazza
cecoslovacca che viveva con me, era dovuta rientrare a Brno perché la madre non stava bene. Ne
avevo di spazio, quindi. Avrei lasciato loro la camera e mi sarei sistemato per quell’unica notte in
salotto su un divano.
Li andai a prendere alla stazione di Porta Nuova. Lui aveva l’aria un po’ hippy ma con la
moderazione che metteva in ogni cosa. Quando vidi la sua ragazza che sbucò all’improvviso alle
sue spalle, sobbalzai esclamando: “Ma è Twiggy?” (longilinea, viso d’angelo e miniabito da
sballo). Si misero a ridere perché evidentemente non ero stato il primo a fare quell’accostamento.
Arrivati a casa mia per sistemare i bagagli, Ian si guardò intorno e notai che due cose lo avevano
impressionato positivamente: la libreria tutta parete che stava in camera oltre quella che aveva già
incontrato nel corridoio, e poi, tra i numerosi quadri, sopra la scrivania, una stampa che additò
guardandomi negli occhi: “E’ Gramsci” disse. Li portai a fare un giro turistico per il centro di
Verona che li lasciò letteralmente entusiasti. Feci loro visitare, a due passi da Castel Vecchio, i
locali dell’attività artigiano-commerciale che stavo ultimando: un laboratorio di produzione borse
con annessa boutique. “Complimenti”, mi fece Ian, “mi entusiasma sempre l’intraprendenza in
ogni campo. Io sono focalizzato sulla scrittura, ho una fantasia galoppante, l’avrò presa da mia
madre”. Notarono l’insegna sulle vetrine, il nome banale che avevo scelto per la ditta: “Il
Marsupio”. Ian mi disse subito: “vedrai che lo scambieranno per il tuo cognome”. “Assolutamente
si” risposi “sono già diventato il Sig. Marsupio”. A pranzo andammo alle “Sei Barche” una
trattoria in fondo a via XX Settembre, dove ero di casa. Nel pomeriggio li scarrozzai sul lago di
Garda e la sera, tornati a Verona, mangiammo qualcosa alla “Bottega del Vino”. Avevamo quasi
finito di degustare la cenetta quando irruppe Sandro (un compagno FGCI) che, come spesso
faceva, si mise a scandire col suo vocione cavernoso: “Viva Marx, Viva Lenin, Viva Mao Tse
Dong”. Così, tanto per fare innervosire le mammolette che aveva avvistato, con un colpo
d’occhio, entrando. Quando mi videro ridere i miei commensali risero di rimando.
Dopo che la sua ragazza si congedò per andare a letto perché stanchissima del giro a tappe
forzate che avevamo fatto, noi due passammo la serata a raccontarci un po’ quello che stavamo
combinando nella nostra vita. Ian mi disse che aveva fatto i salti mortali per permettersi quel
viaggio di cinque giorni in Italia. Faceva lavoretti saltuari per mantenersi. Si era iscritto ad un
corso universitario di scrittura creativa e aveva ultimato alcuni racconti brevi che si augurava di
poter pubblicare prima o poi. Ma ci scambiammo anche le nostre opinioni sui movimenti
studenteschi, la fine di Dubcek, la maledetta guerra del Viet-Nam, i torbidi americani con
l’assassinio di Luther King e Bob Kennedy, l’odioso apartheid in Sud Africa, e ci trovammo in
tutto e per tutto d’accordo.
La mattina della partenza per Roma, sentii i due piccioncini trafficare in bagno, poi Ian venne a
bussare alla porta del salotto. Vidi subito che era preoccupato e girando lo sguardo in direzione
della camera notai “Twiggy” che piangeva. Alla morosa era scivolato nello scarico del lavandino
l’anello che lui le aveva comprato a Venezia: era disperata, si sentiva stupida e in colpa. Credeva
d’averlo perduto. “Nessun problema” esclamai sorridendo. “Twiggy” si rianimò all’istante e mi
guardò incredula tirando su col naso. Tirai fuori l’occorrente, smontai il sifone del lavandino e
l’anello cadde rumorosamente nella bacinella sistemata sotto. Salti, baci, abbracci e urletti di
gioia.
Con Ian mi risentii solo in un’altra occasione, tre mesi dopo il nostro incontro a Verona. Anzi, fu
lui che mi chiamò quando seppe del colpo di Stato di Gheddafi in Libia ricordando che la mia
famiglia vi risiedeva ancora. Mi disse che gli dispiaceva moltissimo ma che l’essenziale era che la
comunità non avesse subito violenze. Quando mi salutò aggiunse una nota che, in seguito, mi
parve veramente profetica: “Con il nazionalismo arabo e l’estremismo islamico, caro Tommy,
vedremo i sorci verdi noi occidentali nei prossimi lustri”.
Non ci sentimmo mai più. Naturalmente, nei decenni successivi, sia io che lui cambiammo
diverse residenze e recapiti telefonici sia per ragioni di lavoro che per problemi familiari ma,
soprattutto, lui era diventato una impegnatissima celebrità mondiale.
Ho letto tutti i suoi libri pubblicati in Italia da Einaudi. Una scrittura eccellente. Temi complessi e
originali. Un successo meritato. Poi, nel 2016 mi capitò di leggere una sua intervista. “Ecco”
mi dissi “è sempre lui con la sua vocazione cosmopolita, aperta, da cittadino del mondo”.
L’intervistatore, Enrico Franceschini, fra le tante cose attinenti alla sua attività letteraria, gli aveva
chiesto cosa ne pensasse della vittoria della Brexit al Referendum. Ian aveva risposto: “Il mio
paese è in uno stato di confusione totale e di depressione assoluta. Noi vi abbiamo salvato dai
nazisti, adesso toccherebbe a voi salvare noi dalla Brexit. Mi sembra di vivere in una forma
di idiozia collettiva, come durante la stupida guerra all’Iraq”.