TODO MODO para buscar la voluntad divina
La sopravvivenza della Chiesa nei secoli si deve più a preti cattivi che ai buoni. E' dietro l'immagine dell'imperfezione che vive l'idea della perfezione, secondo Sciascia.
“La contemplazione dell’imbecillità è il mio vizio [...]. Vanini riconosceva la grandezza di
Dio contemplando una zolla; io la riconosco dall’imbecille. Non c’è niente di più profondo, di più
abissale, di più inattingibile.” Chi parla è don Gaetano, il protagonista di Todo modo; anche se
non è necessariamente il più bello, il film che ne è stato tratto lo ha reso forse il più famoso dei
libri di Leonardo Sciascia, che pure sono tutti imperdibili. Si tratta comunque di un libro poderoso
che, nella cornice di un perfetto racconto giallo, descrive con dura ironia personaggi, paradossi,
vizi e contraddizioni del potere dell’Italia degli anni Settanta.
Il protagonista, un pittore affermato che viaggia senza una meta precisa, arriva a un grande
e brutto albergo dove ha luogo un ritiro spirituale per grandi commessi dello Stato, il cui dominus
è un sacerdote, don Gaetano appunto, coltissimo, ironico e intelligente quanto sfuggente. Tra il
pittore e il sacerdote si stabilisce un rapporto fatto in parte di scambio intellettuale, e in parte di
allusioni più o meno aperte al mondo corrotto e ambiguo dei potenti che fingono raccoglimento
mistico nell’albergo. Il sarcasmo irridente di don Gaetano è elemento centrale del libro, permette
a Sciascia di esibire uno stile di raffinata semplicità e limpidezza, e spiega come la Chiesa abbia
potuto sopportare e sostenere una classe mediocre e vicina all’illegalità come quella della Prima
repubblica. La fede di don Gaetano sembra solida, ma non gli vieta di vedere al di là della
superficie: tra cardinali e ministri, banchieri e manager delle grandi imprese di Stato, gli esercizi
spirituali si svolgono nell’indifferenza dei partecipanti che coltivano manovre sotterranee e la
invisibile presenza di alcune prosperose signorine.
Alle osservazioni maliziose del pittore, che gli fa notare l’incongruenza tra il
raccoglimento mistico e la presenza di amanti conclamate, don Gaetano risponde con
convinzione: “Credo che il laicismo non sia che il rovescio di un eccesso di rispetto per la Chiesa,
una specie di aspirazione perfezionistica, standone comodamente fuori”. E ancora, di fronte al
dubbio del pittore sulla sua buona fede, don Gaetano usa un paradosso simile a quello del grande
inquisitore di Dostoevskij nei Fratelli Karamazov: “I preti buoni sono quelli cattivi. La
sopravvivenza e, più che la sopravvivenza, il trionfo della Chiesa nei secoli, più si deve ai preti
cattivi che ai buoni. E’ dietro l’immagine dell’imperfezione che vive l’idea della perfezione: il
prete che contravviene alla santità in effetti la conferma”.
Nel bel mezzo di un rosario, però, uno degli importanti ospiti viene ucciso da un colpo di
pistola. Non anticipo la conclusione, se pure ce n’è una. Ma quello che contraddistingue la
seconda parte del libro è l’indagine, condotta svogliatamente da un procuratore che il pittore
conosce dal liceo, e che più che a fare luce sul delitto serve a Sciascia per affondare il coltello
nella rappresentazione di un potere insieme arrogante e imbelle, scaltro ma stolido,
manifestamente colpevole ma anche intoccabile. E a tratteggiare l’alleanza tra il potere politico ed
economico con quello della Chiesa come un affare di interessi reciproci, senza nessuna intesa
sostanziale su valori e principi.
A chi pensasse che quella di Todo modo era la seconda generazione della classe dirigente
democristiana, quella cancellata dalla stagione di “Mani pulite”, e che tutto quello che descrive
Sciascia è finito da oltre un trentennio, sarà utile ricordare la successiva nascita di tendenze
neoguelfe, l’aggrumarsi di una conventicola di “atei devoti”, la improvvisa propensione dei
principi della Chiesa a perdonare comportamenti a dir poco imbarazzanti e a contestualizzare
persino le bestemmie; come anche la mancata estensione dei diritti civili a chi non si riconosce
nella famiglia tradizionale, il blocco delle sperimentazioni sulle cellule embrionali, le esenzioni
fiscali per gli edifici di proprietà ecclesiastica e il sostegno alle scuole confessionali che hanno
caratterizzato l’azione di governo di una delle più amorali classi dirigenti che l’Italia unita abbia
mai avuto, tranne quella del ventennio fascista.
Dice il don Gaetano di Sciascia a proposito dei suoi altolocati ospiti: “Per quanto li
disprezzi, al tempo stesso li amo”; e ancora: “Il secolo diciottesimo ci ha fatto perdere il senno, il
ventesimo ce lo farà riguadagnare. Ma che dico, sarà finalmente la vittoria, il trionfo”. Già. E non ha avuto il piacere di vedere gli esordi del ventunesimo.